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Siamo in una fase storica in cui le idee dominanti del potere — crescita, efficienza, controllo - mostrano tutta la loro inadeguatezza rispetto ai bisogni di sviluppo, efficacia e verifica di risultato. é giunto il momento di dare il giusto peso ai fattori immateriali, ovvero alle condizioni di contesto (sociale, culturale, economico, amministrativo) in cui l'impresa possa nascere, crescere e sviluppare l'economia negli scenari della globalizzazione. E' opportuno prendere lo spunto da questa considerazione e dall'ultimo libro di Achille Flora "Lo sviluppo economico, i fattori immateriali, nuove frontiere della ricerca", recensito sul Denaro di sabato 5 aprile dal vicepresidente dell'Obr Campania Pasquale Iorio, per fare alcune riflessioni sul tema dello sviluppo. Flora offre un prezioso contributo, perchè si sposta dal frastuono sterile del dibattito tra localisti e globalisti, statalisti e liberisti e accompagna in una riflessione sulle connessioni esistenti tra le diverse scuole di pensiero. Lo fa con umiltà e, dunque, con efficacia. é uno stimolo ad entrare nel merito del "passaggio di fase" che sta caratterizzando l'economia e la società locale e mondiale nel passaggio di secolo dal ‘900 agli anni 2000. Senza nulla togliere — anzi raccordandosi - ad analoghe riflessioni di sociologi, politologi, filosofi, l'originalità del contributo di Flora è nell'apporto di un punto di vista di scuola economica. Ci mancava, e c'è da augurarsi che altri economisti escano dal frastuono... ... e accettino la sfida di andare oltre la comoda trattazione di argomenti stantii (da rigor mortis li definisce D'Antonio nella prefazione) e accettino di misurarsi con gli elementi e i fattori che incidono sulla società del nostro tempo. Con il suo libro Flora accetta la sfida e la rilancia. Con scupolo scientifico richiama gli approcci culturali degli appartenenti alle diverse scuole di pensiero e suggerisce a tutti di alzare lo sguardo verso i "fattori immateriali" dello sviluppo. Capisco che per una disciplina abituata a ragionare con la freddezza dei numeri è un salto di qualità che alcuni potranno considerare "atipico", ma pochi potranno confutare che, mai come in questo tempo, le previsioni fondate solo sui numeri sono fonte di vuote certezze. A chi lavora e studia da anni su come fare coesione per competere, l'approfondimento di Flora aiuta a capire perchè questo sforzo incontra resistenze, ostacoli e opposizioni. Per altri versi è un incoraggiamento a proseguire, perchè è nella costruzione di legami di fiducia nella società, nella ricerca di connessioni tra locale e globale, nel rapporto tra istituzioni locali e sovralocali che occorre insistere per produrre efficaci azioni di sviluppo. La parola "crescita" specie nei Mezzogiorni d'Italia e del mondo, non è sinonimo di "sviluppo". Questo argomento, tra gli altri, è oggetto di studio e di approfondimento nell'ambito del progetto "La recuenta dei Pto" promosso dal Dps del Mef e dalla rete dei Patti Territoriali per l'Occupazione. Possiamo già anticipare che il principale valore aggiunto di queste esperienze consiste nell'aver creato le condizioni di contesto (amministrative, sociali, culturali, organizzative) entro cui è stato possibile raggiungere risultati materiali da tutti riconosciuti e apprezzati. é del tutto ovvio che si tratta degli esiti di una sperimentazione limitata agli ambiti territoriali di intervento; altrettanto chiari risultano gli sforzi ancora da compiere per superare i localismi autoreferenziali e i dirigismi irragionevoli che ancora impediscono il fecondo incontro tra bottom-up e il top-down, ma credo che nessuno possa avere dubbi sul fatto che lo sviluppo in epoca moderna debba partire dai luoghi e raccordarsi con i flussi dell'economia globale. Se i "luoghi di nascita" delle imprese sono impervi, mi sembra improbabile che l'economia possa crescere e svilupparsi, nemmeno nelle "reti corte" dell'economia di prossimità, perchè sono spazi di mercato ormai invasi dalla globalizzazione. Sulla crescita senza sviluppo vi sono state già approfondite e dotte riflessioni, ma sono morte lì. Ci si è illusi che, avendo vinto la battaglia ideologica della chiusura della Cassa per il Mezzogiorno, lo sviluppo economico diffuso potesse essere l'automatico orizzonte delle magnifiche e progressive sorti delle comunità meridionali. Purtroppo non è stato così, ed è utile trarne insegnamento. L'efficacia delle azioni di sviluppo, specie di quelle promosse dal potere pubblico, è direttamente proporzionale alla loro rispondenza ai bisogni, alle aspirazioni e alle vocazioni delle comunità, della società e dei territori amministrati. L'efficienza della spesa pubblica non è più (se mai lo è stato) indice di efficacia, così come il controllo dirigistico sui flussi finanziari non assicura la verifica dei risultati. I soggetti di spesa pubblica sono tanti, il principio di responsabilità ancora non orienta adeguatamente le loro scelte, ma il modello centralista non è più proponibile. Probabilmente vi è necessità di accompagnare il "passaggio di fase" facendo evolvere le idee dominanti del potere: da crescita, efficienza, controllo verso sviluppo, efficacia, verifica di risultato. Probabilmente la società e l'economia moderna hanno bisogno di una classe dirigente diffusa, più responsabile e più consapevole. Ci sono deficit conoscitivi da colmare, ma ci sono anche vistose inadeguatezze di approccio culturale. Non si possono risolvere i problemi con i medesimi schemi di pensiero con cui sono stati creati, ammoniva Einstein già nel secolo scorso. Il libro di Flora è una sollecitazione illuminante a chi voglia operare nel cambiamento onorando la saggezza popolare: Aiutati che Dio ti aiuta.
*presidente Rete Sistemi locali di sviluppo territoriale |