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11-03-2010

società

L'Italia di Petrarca? Sembra quella d'oggi

Ernesto Filoso

Italia mia, benché 'l parlar sia indarno / a le piaghe mortali / che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,/piacemi almen che ' miei sospir' sian quali/spera 'l Tevero et l'Arno,/e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Non crederanno mica i coltssimi Lettori del Denaro che così voglia introdursi un commento del nostro giornale.
Sono versi di un nostro connazionale che venne anche a Napoli e ne rimase sia laureato che inorridito. Da notare che era un settentrionale, così come alquanto prima di lui lo era stato Publio Marone, fino a dichiararsi napoletano anche nella morte.
Un po' antiquato, certo, il suono di linguaggio. Ma quale eleganza di parlata! Improponibile, certo, ai comunicatori di adesso.
"Italia mia", quanto affetto c'è. E il seguito del verso sembra polemico con il presente della radio, della Tv, dei giornali e dell'Internet.
Voce solitaria, da assoluto italiano. L'implicita condanna delle cose nazionali nei riferimenti ai grandi fiumi, si sarà pure notata. Eppure il Petrarca era del Trecento, per sua forza d'animo e d'ingegno (non dimentichiamo che insieme a Dante e al Boccaccio - toscano come loro ma anche mezzo napoletano - costuisce il nostro massimo emblema); Francesco dunque, in amore per Napoli e per un'astratta settentrionale o figuratamente francesina Laura, s'era sollevato per primo dal Medioevo, donde forse non siamo ancora usciti noi.
Italia mia. Sarebbe da ripeterlo cento, mille volte. Puoi andare in televisione, in radio, sulla rete: benché 'l parlar sia indarno. Piaghe mortali? Non immaginava, il Petrarca, un'Italia piagata come adesso, a clamore di scandalo ogni giorno. Il nostro re Roberto gli aveva passato in Castelnuovo la corona d'italiano insigne. A cavallo, se ne fuggì da Napoli nel vedere un giovane ammazzato per nulla da malviventi nelle parti di San Giovanni a Carbonara.
Niente di nuovo, dunque. Il cammino di gloria e disperazione continua.


num. 048 - pag. 02
 

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