|
Leggendo le drammatiche cronache di qualche anno fa venivamo a conoscenza del disperato calvario del popolo serbo che , evitando Pristina e i focolai del Kosovo, approdavano in Albania per tentare la rulette russa di un trasferimento in gommone per venire in Italia a cercare lavoro e fortuna. Oggi apprendiamo che un gran numero di famiglie sono in trepidante attesa dell'avvento delle industrie Italiane in Serbia. Dunque per loro finalmente si tratta di attendere e non di tentare pericolose avventure e salti nel buio. Si è invertita la rotta dei gommoni o più semplicemente non ci sono più condizioni per mantenere la nostra grande industria in patria? La premessa è doverosa e va sottolineata: non entro assolutamente nell'aspetto associazionistico e confindustriale della questione perché non ho ne il ruolo e ne la competenza per farlo. Ho, dunque, come è ovvio, la più ampia fiducia nella Presidente Marcegaglia e mi sento assolutamente e ottimamente rappresentato per tutto ciò che farà e che già sta facendo sul tema. Mi limito pertanto a fare considerazioni sull'aspetto sociale, se non storico, che questa strana contro – migrazione potrà comportare. Fiat, Omsa, Daytec: tre grosse imprese , marchi riconosciuti a livello internazionale, pezzi della nostra produzione industriale e del nostro Pil. Che cosa accomuna le automobili, alle calze da donna e alla ricambistica? Semplice, tutte e tre le strutture hanno deciso di delocalizzare in Serbia parte (per ora) della loro produzione e hanno stretto accordi con il governo di Belgrado. Ribadisco che non entro nelle logiche industriali e nelle strategie, ma mi soffermo a considerare che oramai da anni mi sto battendo per evidenziare la necessità di creare un contesto "industrialmente" attraente nel nostro paese ( ed al Sud in particolare). In tempi non sospetti ho chiesto a gran voce che si agevolasse la permanenza, l'investimento e la nuova costruzione di attività industriali nel nostro paese con un contorno, un contesto esterno dotato di sufficiente "appeal".
Burocrazia, sicurezza, costo del lavoro, pressione fiscale, accesso al credito, sono state di volta in volta le zavorre individuate e localizzate per il fiorire e il rifiorire della nostra industria. Questo, dunque, l'aspetto allarmante di questo nuovo fenomeno migratorio.
La soluzione dei problemi di attrattività del territorio o, almeno , la diminuzione di queste differenze servirà quantomeno a limitare questo aspetto. Un fenomeno che non va visto limitato al problema sociale dei soli stabilimenti che dovranno chiudere i battenti in Italia per far aprire quelli all'estero ma, che non sia mai posto in secondo ordine, vanno considerate le miriadi di Piccole Industrie che a grappolo sottendono a questi stabilimenti per formare un indotto di qualità formato di tanta tecnologia, di buona innovazione e, ovviamente, di tante professionalità (uomini).
Questo l'aspetto dirompente, questa la preoccupazione reale per la quale i governi centrali e locali non potranno più concedersi distrazioni, pena la frantumazione del sistema industriale italiano.
a cura del
gruppo
piccola industria
di confindustria
campania
* presidente Gruppo Piccola industria
di Confindustria Campania |