4 giugno 2008
Il degrado della chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo (Napoli)
di Marcello Mottola
Il Forum Tarsia, con la collaborazione della II° Municipalità di Napoli, del Gruppo Archeologico Napoletano (GAN) e del Coordinamento Associazioni Montesanto...e Oltre (CAMeO), nell’ambito del ciclo di conferenze “La Cittadella sacra tra passato a futuro”, ha presentato come ottavo appuntamento della rassegna l’incontro-dibattito “Il restauro architettonico della chiesa di S. Giuseppe: un paradigma per la cittadella sacra”, che si è svolto proprio nella Chiesa di S. Giuseppe delle Scalze, ed ha avuto come tema il degrado della chiesa e le sue problematiche conservative, con l’ obiettivo di sottolineare le condizioni di precarietà in cui versa l'edificio e di promuovere una stabile e costante coscienza pubblica, soprattutto quella degli stessi residenti del quartiere, sullo stato di abbandono del bellissimo edificio sacro.
La chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo sorge a pochi passi da Piazza Dante nel pieno centro storico di Napoli e si discerne per un notevole interesse storico-monumentale. L'edificio fu eretto per volontà dell’ordine monastico delle Scalze che nell’anno 1606 comprarono dal marchese Spinelli uno dei suoi palazzi per erigere un nuovo edificio di culto. L’opera fu affidata nel 1619 allo scultore e architetto Cosimo Fanzago che nel suo progetto diede origine a un motivo decorativo del tutto originale: una chiesa costituita da una doppia facciata.
Il fronte primario dell’edificio s’innalza verso l'esterno e vi è ubicato l'ingresso principale. Esso presenta una configurazione spaziale improntata sulla presenza in prospetto di tre voluminose arcate, quella centrale maggiore di quelle laterali, che ospitano tre statue in stucco raffiguranti San Giuseppe (al centro), Santa Teresa (a sinistra), San Pietro d’Alcantara (a destra). Il complesso si snoda in rapporti modulari che scandiscono il ritmo della facciata in senso verticale con la presenza di una vasta gamma di apparati decorativi, quali cornicioni e paraste, nonché numerosi fregi e molteplici altorilievi. A coronamento della struttura si colloca un frontone spezzato a doppio spiovente munito di cornice.
Il fronte secondario riprende l’antica facciata del palazzo nobiliare radicalmente trasformata e precede il tempio vero e proprio. Un vasto atrio, che prende luce dalle arcate esterne, conduce ad una scala a doppia rampa che termina al piano di imposta della chiesa, locato ad un livello superiore rispetto a quello stradale. A differenza della facciata esterna, contraddistinta per l’utilizzo di stucco, la controfacciata si presenta costituita da un rivestimento in piperno.
La chiesa, che appartenne dapprima alle monache Teresiane e successivamente ai Padri Barnabiti, è nel totale abbandono dal terremoto del 1980 e ciò, come spesso accade, incide sul suo stato di conservazione. La situazione sembra entrata nel dimenticatoio, ma un intervento progettuale del Comune, della Provincia e della Soprintendenza sono quanto mai attuali, un intervento di restauro di tutta la chiesa e nello specifico della facciata è al momento indispensabile e necessario. Per comprendere la gravità in cui giace l’intero complesso sacro, basta citare che la grande tela La sacra famiglia ha la visione dei simboli della passione di Luca Giordano e le due opere di Francesco De Maria, il Calvario e Santa Teresa e San Pietro d'Alcantara, conservate nelle chiesa dal 1660, sono state trasferite negli scorsi anni a scopo precauzionale al Museo di Capodimonte di Napoli. Inoltre dal settembre 2007, a causa del maltempo, pezzi d’intonaco hanno ceduto e parte della strada, su disposizione del Comune, è stata transenna al fine di proteggere i passanti mediante il montaggio di un parapetto in acciaio che segue l’andamento orizzontale della facciata.
Una prima e sommaria osservazione d’insieme eseguita dal basso verso l’alto della facciata della chiesa di San Giuseppe delle Scalze denota un avanzato stato di degrado. L’area appare in tutta la sua superficie scurita ed appesantita da una spessa coltre di polvere annerita ed aderente a tutti i piani e volumi delle decorazioni aggettanti, sia che si tratti di superfici di statue a tutto tondo, che di modanature architettoniche, in tale quantità da offuscarne la corretta lettura formale. La fatiscenza degli stucchi è derivante nel contempo dall’indebolimento dello stato costitutivo della materia ed è provocato sia da fattori esogeni -pioggia battente e scosse telluriche-, sia da fattori antropici quali precedenti restauri. Le cause di degrado più evidenti sono un’alterazione cromatica caratterizzata da aloni e macchie; presenza di ancoraggi alle pareti di supporto di parti strutturali pericolanti (grappe metalliche), eseguite con imbracature di fortuna; stuccature e rifacimenti di parti mancanti -eseguite con impasti di gesso- non idonei e determinati da una condizione d’intervento d’urgenza; strati di scialbature soprammesse nel corso del tempo sulle pareti; presenza di lesioni strutturali e di erosione delle superfici plastiche.
Un progetto di restauro ed un progetto di riutilizzo di questo edificio non può che partire dagli enti preposti alla tutela e da una forte presa di coscienza della memoria storica delle persone che abitano nel quartiere. Perciò l’associazione di cittadinanza attiva Forum Tarsia, sottolinea che “il futuro deve ripartire dalla natura del luogo e dalla specificità dei suoi insediamenti. Occorre pensare allora ad iniziative di tipo culturale, artistico, sperimentale e laboratoriale, volte sia ad un’utenza esterna sia a costituire un percorso di incontro e sperimentazione con il variegato tessuto sociale del quartiere”.
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